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In quel medesimo giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. 
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». 
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». 
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».  Mc 4,35-41

«Passiamo all’altra riva». Così ci chiedi, Signore. E restiamo storditi e anche un po’ spaventati. Perché dall’altra parte del lego ci sono i pagani, le città greche della decapoli. Nessun ebreo passa da quelle parti, nessun giudeo osservante. Ci si contamina, si contrae l’impurità rituale. Non scherziamo Maestro, non chiederci queste cose. Ma tu insisti. «Passiamo all’altra riva». Perché brucia in te il desiderio dell’annuncio. Perché sei tutto di Dio e vuoi che ogni uomo lo sperimenti come tu lo hai sperimentato. Allora non ci sono mari che ci separano o tempeste che ci impediscano di amare. Da folli, da fuori di testa, fuori dagli schemi, fuori dalle regole, anche religiose. C’è il mondo aggressivo che non ti conosce e non ti rispetta, là fuori. Meglio stare rintanati nelle nostre sacrestie, magari lamentandoci del mondo. E la cosa buffa è che, quando finalmente ci decidiamo e prendiamo il largo, subito veniamo travolti dalla tempesta. Ma come? Già abbiamo avuto il coraggio di uscire dalla parrocchia e tu, Signore, nemmeno ci aiuti? Dormi? Ci lasci fare? Sì, certo, ed è giusto che sia così. è giusto rischiare. «Passiamo all’altra riva».

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