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Mentre scendevano dal monte, i discepoli domandarono a Gesù: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elìa?».
Ed egli rispose: «Sì, verrà Elìa e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elìa è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro».
Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista. Mt 17,10-13

Perché non riusciamo mai a sincronizzare gli orologi del buon senso? Perché siamo sempre in ritardo nel riconoscere i profeti? Così è sempre accaduto. Così, temo, sempre accadrà. Già nel primo testamento i profeti hanno sempre avuto vita grama, da Elia a Geremia. Accusati di essere pessimisti, di essere disfattisti, hanno sempre combattuto contro le persone che, invece di accogliere con gratitudine la loro provocazione, hanno pensato bene di eliminarli. Anche il Battista ha fatto la stessa fine: Erode Antipa lo ascoltava volentieri ma, alla fine della fiera, non ha esitato a farlo giustiziare per non dover rimangiarsi una (folle e inopportuna) parola data. E Gesù, lui stesso ne è consapevole, farà la stessa fine. Il problema è che, passata una generazione, ecco che tutti tornano sui propri passi lodando e inneggiando al profeta ucciso dai proprio padri! E magari si costruiscono dei bei monumenti e si commenta, dispiaciuti dell’accaduto. Un po’, purtroppo, succede anche ai nostri giorni: era meglio il papa di prima, era meglio il parroco di prima… E se, finalmente, sincronizzassimo gli orologi della fede per riconoscere i profeti in tempo reale?

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