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Santissima Trinità
Es 34,4-9/ 2Cor 13,11-13/ Gv 3,16-18

Fase tre, quella trinitaria.

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Bene scrive l’amico don Derio, vescovo di Pinerolo, sopravvissuto al Covid 19, in una lettera aperta alla sua Chiesa che sta facendo il giro del web: quella che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo (anche se molti fanno di tutto per non accorgersene) non è una parentesi.

Non possiamo tornare a celebrare l’eucarestia (peraltro in condizioni limite e spiazzanti), e immaginare di ripartire come se nulla fosse cambiato.

Perché quel modello di Chiesa, tutta e solo imperniata sulla conservazione dell’esistente, non può reggere.

Perché una parrocchia che ha come unica proposta per i discepoli e le discepole la celebrazione dell’eucarestia è come la vetta di un monte… senza niente sotto: diventa una collina.

E don Derio proponeva di interrogarci  e di ripartire dalle relazioni.

Se appartenere ad una comunità cristiana ha davvero un qualche significato per noi.

Altrimenti continueremo ad andare a messa come al cinema: l’essenziale è che il vicino non disturbi.

Sono fra quelli che pensano che la batosta della pandemia sia una grande opportunità.

E che lo Spirito ci spinga ad uscire fuori dai recinti del sacro. Per parlare la lingua degli altri, di quelli che sono fuori, dei forestieri.

Per cambiare linguaggio, capaci di parlare di Dio facendoci finalmente capire.

Ripartire dalle relazioni. Sia.

Ma: come?

Abbiamo chi ci può insegnare: il Dio di Gesù che di relazioni, credetemi, ne capisce.

Il solitario

Dio è la somma del bene, del bello e del giusto. La somma della perfezione. A questo altri approcci, altri percorsi, altre religioni sono giunte.

E la realtà, l’esistente, il mondo e le sue implicazioni o anelano a quella perfezione, o ne traggono forza, o ne compartecipano l’energia.

La tradizione biblica, condivisa in parte da ebrei, cristiani e musulmani, giunge a determinare l’esistenza di un Dio personale che interagisce, che crea relazione, che vuole intessere rapporti con le sue creature.

Non è facile crederci, non è evidente.

In noi portiamo un’immagine tenebrosa di Dio, inquietante.

Dio, invece, si racconta a Mosè e al popolo di Israele. Un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà. 

Un Dio che fa di noi la sua eredità.

Questa prima conversione, da un dio tenebroso e vendicativo, che vive, esasperandole, le nostre emozioni e le nostre paure, le nostre rabbie e le nostre ambizioni, ad un Dio compassionevole e benevolo, è un gigantesco salto cui sono giunte molte esperienze religiose.

Dio è uno, unico, eterno, onnipotente, onnipresente.

Ma solo.

Il sommo egoista bastante a se stesso. Da riverire e temere. Da invocare e blandire.

O no?

L’Amante

Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna, dice Gesù a Nicodemo.

No, dice, Gesù, Dio non è chiuso nella sua perfezione, ma si relaziona, si dona, si dice, si offre.

E lo fa attraverso un dono: suo Figlio.

Gesù non è solo un grande uomo, un profeta carismatico, un combattente coerente e intenso.

È di più: la resurrezione che abbiamo celebrato ci svela la sua identità profonda.

Più di un profeta, più del Messia, è Dio stesso.

L’uomo Gesù inabitato dal Verbo di Dio che parla di Dio in maniera inattesa e nuova, intima e assoluta. E che dona lo Spirito, che è l’amore che lega il Padre con il Figlio, senza misura.

Gesù parla del Padre, perché lui e il Padre sono una cosa sola.

Svela il volto di un Dio che non condanna, che non fa il giudice supremo ma che vuole la salvezza, cioè la felicità piena, per ogni uomo.

L’idea di Dio che ci eravamo fatti viene cesellata, rifinita, compiuta.

Io credo nel Dio che Gesù è venuto a raccontare.

Ancora

Ma non è finita.

L’amore intenso e immenso che lega Dio padre/madre al figlio/figlia è talmente forte da essere, a sua volta, una presenza divina, una persona divina. Lo Spirito che abbiamo ricevuto è l’amore che lega il Padre al Figlio. Come scrive Paolo nelle sue lettere la grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo dimorano in noi.

Grazia, amore, comunione. Ecco Dio.

Padre, figlio e Spirito Santo.

Una famiglia, una relazione, un insieme.

Così uniti che, da fuori, vediamo un’unità. Uno solo. Perché chi si ama si unisce senza fondersi, senza omologarsi, senza scomparire l’uno nell’altro.

L’ultimo tassello si rivela.

Quel Dio somma di ogni perfezione che entra in contatto con l’umanità è festa.

Danza. Relazione. Comunicazione.

E noi siamo a sua immagine, cioè creati a immagine della Trinità.

Inutile illudersi di fare tutto da soli. O di essere autosufficienti.

Se siamo immagine di Dio siamo spinti alla comunione.

Ripartire

Quand’ero bambino, a catechismo, il parroco tentava di spiegarci chi era Dio. e, nella sua somma ingenuità, scriveva alla lavagna 1+1+1=1 creando una gran bella confusione nelle nostre testoline intatte. Ho dovuto crescere e conoscere, fidarmi e indagare, diventare discepolo per capire che, invece 1x1x1=1.

Dio è uno perché i tre sono gli uni per gli altri.

 

Da qui dobbiamo ripartire. Dalla fase tre.

Dalla fase trinitaria.

Poi il resto, la pastorale, i catechismi, le messe, le nuove idee per formare i cristiani, drammaticamente infantili nel percorso di fede come ha messo in evidenza la forzata clausura, verranno di conseguenza.

Ripartiamo da Dio, dal nostro Dio che è comunione innamorata.

Saremo credibili. Finalmente ci accoderemo al Dio che fa nuove tutte le cose.

Scommettiamo?

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