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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello». Mt 7,1-5

Gesù chiede ai suoi discepoli di non giudicare per non essere giudicati, che non significa l’assenza del giudizio, ma la consapevolezza che il giudizio con cui noi operiamo sarà lo stesso che Dio rivolgerà nei nostri confronti. Gesù invita il discepolo all’autocritica, a guardare prima a se stesso e al proprio atteggiamento prima di scagliarsi contro qualcuno della propria comunità giudicandolo, mettersi nei suoi panni, fare un bel tratto di strada insieme. Gesù insegna piuttosto ad accorgersi compiendo una conversione metanoia di quanto male c’è in noi. Il giudizio nel cristiano esiste, è il discernimento (da krinein, separare), ci aiuta a capire, a distinguere. Non siamo chiamati a tacere, a fare i tonti, a non esprimere un’opinione ma a prendere il Vangelo come metro di misura del nostro giudizio, applicandolo anzitutto a noi stessi. Non facciamo finta di niente, siamo chiamati a prendere sul serio la verità che emerge dal nostro essere discepoli ma questa verità non la possediamo, né la brandiamo come un’arma. La verità stessa ci giudica, ci mette alle strette, ma ci redime. Il giudizio di Dio è la salvezza (Gv 6,39).

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