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Corpus Domini

Dt 8,2-3.14-16/ 1Cor 10,16-17/ Gv 6,51-59

Parliamone

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Parliamone, allora.

Parliamo di quello che è successo anche se ora, con qualche titubanza, con prudenza, distanziati e mascherati, il peggio sembra essere passato.

Per due mesi non abbiamo celebrato l’eucarestia.

È stata una sorta di lunga quaresima che è continuata nel tempo pasquale. Non abbiamo celebrato il cuore dell’anno liturgico che è il Triduo pasquale. Abbiamo assistito a messe in streaming, magari mentre facevamo le pulizie di casa.

Poi il dibattito acceso, a tratti eccessivamente acceso, sulla ripartenza, sul poter celebrare nuovamente quell’eucarestia senza cui, come dicevano i martiri di Abitene, non possiamo vivere. E riflessioni di liturgisti, teologi, pastoralisti, sulle condizioni minime affinché quel gesto fosse davvero la cena del Signore.

Ma, soprattutto, quel lungo digiuno ha messo a fuoco inequivocabilmente due aspetti dello stato di salute della nostra Chiesa italiana. Uno positivo: l’eucarestia rimane il centro della nostra azione pastorale e ne abbiamo sentito la mancanza con inattesa nostalgia. Niente a che vedere con le cerimonie come sono state definite dal nostro Presidente del Consiglio (che tristezza). Uno negativo: l’eucarestia, nella realtà dei fatti di molte comunità, rimane l’unica presenza del cristianesimo e i nostri bravi cristiani, tolta, quella, sono affogati nella paura e nella solitudine della quarantena.

Parliamone, allora. Riflettiamo su quanto accaduto.

Perché io sono fra quelli che pensa che questa grande scossa sia salutare, sia una grande opportunità, per operare un cambiamento, per tornare, infine, ad essere discepoli.

Per capire che razza di dono prezioso ci è stato regalato.

Nella notte

Nella notte in cui veniva tradito.

Ogni domenica, al momento del memoriale della cena, quell’inizio solenne e austero mi mette i brividi.

Suona possente e tragico, gonfio di emozione e gravido di conseguenze.

Nella notte in cui veniva tradito, cioè nel peggior momento della sua vita.

Alla fine di un percorso entusiasmante, che ha incendiato i cuori, sconvolto molte vite, irritato più di un benpensante.

Sa, Gesù, che il tempo volge al termine. Il tempo del convincimento, delle parole piene di buon senso, dei sorrisi e dei miracoli, della folla plaudente. È finito, quel tempo.

L’incomprensione è alle stelle e tutto sta precipitando. Finendo.

O rinascendo. Nella notte in cui veniva tradito.

Quando sai che sei alla fine, quando conti le ore, hai voglia di dare tutto, di sistemare le cose, vedere gli amici, parlare, abbracciare. E lui che fa? Inventa l’eucarestia.

Ziqqaron

Quella cena ha il sapore pasquale.

Il calendario è sbagliato ma, dicono gli studiosi, probabilmente Gesù, come molti altri, segue il vecchio calendario, contestando la riforma del rinato tempio.

Una cena fra amici che slitta nel Pesah. La cena che ricorda la fuga in Egitto. Non un ricordo come intendiamo noi, in onore della buonanima. Ancora oggi per un ebreo celebrare Pesah significa allontanarsi dai nuovi faraoni e dalle nuove schiavitù. si fa memoria del passato per cambiare il presente.

Così quando Gesù parla di fare quel gesto in memoriale di lui, usa il termine tecnico ziqqaron.

Potremmo tradurre: se volete che ci sia, rifare questo gesto.

E così facciamo. Da subito, da sempre. Con scrupolo, con verità, rischiando la pelle. Da duemila anni i discepoli rifanno quel gesto. In obbedienza.

La prima ragione per cui vado volentieri a messa è proprio per manifestare obbedienza.

Ob-audire, ascoltare da adulti, da in piedi, virilmente, non servilmente.

Sì, Signore, io credo che tu sia presente in quella cena che rifacciamo. Ci credo.

Un altro cibo

Un altro cibo è stato dato al popolo in fuga dall’Egitto. Un cibo che non aveva più nulla a che vedere con le cipolle degli egiziani. Un cibo inatteso e misterioso che il popolo riconosce come donato direttamente da Dio.

Abbiamo bisogno di nutrirci. Di cibo, ovvio, ma anche di affetto, di luce, di senso, di felicità.

E questo cibo manca: quante persone muoiono per inedia spirituale! Si spengono interiormente!

Manca il cibo che ci permette di camminare, di capire il grande mistero che resta l’esistenza di ognuno di noi!

È Dio che ci dona il pane del cammino verso la pienezza, verso l’eternità, verso la luce.

È Dio che si fa pane. Un pane capace di renderci uniti.

Paolo a Corinto

È una comunità vivace, quella di Corinto, ma anche molto rissosa.

Persone di carattere diverso, di condizione sociale diversa faticano, dopo avere incontrato il Signore, a trovare sufficienti ragioni per costruire comunione.

Proprio come accade oggi, quando la Chiesa dà l’impressione di scivolare nella rissa, travolta da una contrapposizione fra esperienze diverse, fra entusiasti e prudenti, fra conservatori ed innovatori, fra seguaci di uno o dell’altro Papa. Che dolore….

E Paolo ha una felice intuizione: se ci frammentiamo così tanto, prendiamo il frammento che ci unisce.

Il pane spezzato riporta all’unità, all’essenziale, al centro.

Siamo cristiani perché Cristo ci ha chiamato, ci ha scelto. La Chiesa non è il club dei bravi ragazzi che pregano Dio, ma la comunità dei diversi radunati nell’unico. L’eucarestia, allora, diventa il catalizzatore dell’unità.

Corpo e sangue

Nell’impegnativo discorso fatto da Gesù dopo la moltiplicazione dei pani in Giovanni, Gesù parla esplicitamente della sua carne da mangiare e del suo sangue da bere. Discorso scandaloso, incomprensibile, che pure preannuncia il gesto che, da lì a qualche tempo, compirà come ultimo dono fatto alla comunità.

In Israele la carne è segno della debolezza e della fragilità umana: non dobbiamo scandalizzarci per la povertà delle nostre comunità, per la pochezza del vangelo così come viene vissuto dai cristiani. Il Verbo si fa carne, si consegna alle mani di un povero prete.

In Israele il sangue porta la vita, è impensabile cibarsi di animali soffocati nel proprio sangue. Gesù chiede ai discepoli di condividere la sua stessa vita.

 

Ecco cos’è l’eucarestia.

Non è un problema di lingua o di rito, ma di fede.

Certo: sarebbe cento volte meglio se le nostre assemblee fossero più accoglienti, cantassero canti più belli e intonati, e se le nostre chiese fossero davvero luoghi ospitali che invitano ad alzare lo sguardo.

Ma è inutile illudersi: quello che ancora manca alle nostre liturgie è la certezza che il Signore si rende presente.

Manca la fede. Da qui possiamo ripartire.

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