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Commento al Vangelo del 30 Ottobre 2020 | Lc 14,1-6

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa. Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero.
Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.
Lc 14,1-6

È buffa questa storia del bue nel pozzo. Buffa perché ricorre spesso nei vangeli. Quando, durante gli scavi a Qumran, si è ritrovata una sterminata biblioteca contemporanea a Gesù, capendo quali letture nutrivano la vita dell’ebreo del I secolo, ecco nuovamente la storia dell’asino nel pozzo. Era uno di quegli esempi utili a spiegare l’osservanza della norma del sabato. Tutti erano più o meno concordi nel non lavorare o nel non accendere un fuoco o mettersi in viaggio, sia. Ma se il tuo asino maldestramente cade nel pozzo da cui si sta abbeverando? Caso tutt’altro che limite e piuttosto concreto visto il valore prezioso di questo piccolo animale indispensabile per lavorare la terra. Ed ecco la casistica proposta: per gli esseni, movimento radicale che si contrapponeva alla nuova gestione del tempio, non si poteva salvare l’asino, a costo di lasciarlo morire. Per i farisei e i rabbini si doveva nutrire e accudire ma salvare solo il giorno dopo. Gesù, libero nel cuore e uomo di buon senso, fa notare agli astanti che tutti, dal primo all’ultimo, in caso di necessità avrebbero salvato l’asino lasciando perdere la teoria…

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