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Quinta domenica di Pasqua

Atti 9, 26-31/1Gv 3,18-24/Gv 15,1-8

Dimoriamo

 

Le gelate delle scorse settimane hanno messo in difficoltà i produttori di vino. Tutti abbiamo guardato alle diverse tecniche per cercare di proteggere i poveri tralci che si erano risvegliati dal lungo sonno invernale.

E vedere la cura e la dedizione di tanti viticoltori, fra cui mio fratello, mi ha fatto pensare a quanto spesso, nella Bibbia, si parli di vigna, di viti, di vignaioli, di uva, di vino, di festa.

Possedere una vigna, coltivarla, era una delle attività dei contemporanei di Gesù.

E, in diversi racconti bilici, l’immagine della vigna descrive il popolo di Israele.

Israele è la vigna piantata con cura e perizia dal vignaiolo, Dio, che si aspetta, ovviamente, dopo tanta fatica, di poterne ottenere un vino delicato e sincero.

E da questa immagine sono nate molte pagine straordinarie, dolenti, lamenti dei profeti che, per conto e in nome di Dio, si lamentavano con Israele, la vigna, di non portare i frutti sperati.

 

Ma qui, oggi, Gesù spinge la metafora, vi apporta una novità potente e densa di significato.

Non solo più Dio è descritto come vignaiolo e Israele come la vigna da lui piantata e accudita.

Gesù paragona se stesso ad una vite.

Una vite cui sono legati i tralci, i discepoli, noi, che ricevono dalle radici linfa vitale per portare frutto.

È un salto di qualità nella comprensione di Dio che solo Gesù poteva spiegarci.

Non più un contadino e il frutto della sua fatica.

Ma il contadino che diventa albero. Vite, in questo caso.

Come, altrove, il pastore è diventato la porta che chiude il recinto in pietra in cui radunano le pecore per la notte, sedendosi fisicamente nel varco per farle uscire.

Il creatore diventa creatura.

L’immagine non parla più soltanto dello stretto legame fra lavoro e prodotto della fatica e del sudore.

Gesù stesso si identifica nella vite.

Non esiste una vite senza tralci. Non esiste un tralcio senza vite.

Rimanete

Come può un tralcio vivere senza essere intimamente legato al ceppo? Come può nutrirsi se è staccato dalla vite che lo genera? Che lo attraversa con la sua linfa vitale come un sangue che scorre nelle vene?

Ecco allora l’invito che il risorto rivolge a ciascuno di noi: rimanete.

Dimorate. Restate.

Azioni che indicano costanza, fedeltà, impegno, ascesi, allenamento. Come lo sforzo che stiamo vivendo in questa esasperante pandemia per custodire la fede, per mantenere i rapporti fra le comunità.

Se in qualche modo siamo stati sedotti dal Vangelo, se abbiamo fatto esperienza di Cristo nella nostra vita, se il risorto è più di un ricordo, di un fantasma, se abbiamo visto e creduto, se la nostra mente si è aperta all’intelligenza delle Scritture, se lo abbiamo riconosciuto nello spezzare del pane, delle ferite condivise, nella voce che ci chiama con amore a autorevolezza, allora sappiamo che senza Cristo non possiamo fare niente.

Non possiamo fare più niente.

Perché la sua Parola ha spalancato il nostro cuore, illuminato la nostra anima.

Ora vediamo. Capiamo. Sappiamo. E se restiamo uniti a Lui, se siamo intimamente collegati, connessi, allora da lui riceviamo la linfa che ci fa vivere, non soltanto esistere.

La nostra vita quotidiana, fatta di mille o di poche cose, di lavoro, di attese, di relazioni, di fatica, di luci e di ombre, acquista uno spessore diverso.

E sperimentiamo, davvero, sul serio, nella verità che risuona dentro di noi, che quando ci allontaniamo da Cristo inaridiamo, sopravviviamo, ma non portiamo nessun frutto. Nessuno.

 

Non potete fare nulla

Non è una minaccia, ma una descrizione della realtà più semplice ed ovvia: senza Cristo non possiamo fare nulla.

Sì certo: ci affatichiamo, otteniamo successi lavorativi, forse, realizziamo i nostri desideri.

Ma tutto è nulla.

Perché sfugge alla logica dell’anima, della nostra missione.

Perché appartiene alle cose fuori. Belle, dignitose, importanti, gratificanti.

Ma fuori.

Entrare nel pensiero di Cristo, nella logica dell’amore e dell’amare, entrare nella logica del discernimento del sapere, del vedere con lo sguardo dello Spirito, restare intimamente uniti, lasciar scorrere la sua linfa in noi, ci aiuta a portare frutto.

Frutto che non è il risultato di uno sforzo, ma la fioritura di una vita.

 

Le parole che rimangono

Bene sì, bello, affasciante, poetico.

Ma come questo avviene?

È Gesù che ce lo dice: custodendo, meditando, pregando la Parola.

Molti sono i modi per restare innestati a lui: la vita interiore, la comunità, i segni della sua presenza che sono i sacramenti.

Ma qui, in questo Vangelo, Gesù parla della sua Parola.

Accolta ogni giorno, ogni domenica, come si accoglie una linfa vitale.

Ne sa qualcosa Saulo, rifiutato da tutti: nessuno crede sul serio che sia diventato discepolo. Barnaba il consolatore, discepolo stimato, si assume il rischio e lo prende sotto le sue ali. Manifesta la linfa dell’amore che porta a osare, ad uscire dagli schemi, a prendere posizioni scomode.

E, insiste Giovanni, noi possiamo rimanere innestati all’amore anche se portiamo dei pesi nel nostro cuore, anche se sperimentiamo la nostra fragilità, anche se non pensiamo di essere in grado o i nostro peccati ci limitano perché Dio è più grande del nostro cuore. E fa delle nostre fragilità il luogo in cui esprimere la sua opera di salvezza.

Allora il comandamento diventa credere. Credere che è la linfa dell’amore che ci proviene da Cristo che può portarci a vivere una vita nuova e a portate frutto.

 

Quella di oggi è una Parola che ci svela una verità inattesa: il Padre è felice quando portiamo molto frutto, quando siamo discepoli. Dio è glorificato quando siamo felici, quando la nostra vita cambia e lascia spazio all’inaudito d Dio.

Ecco, amici.

Dimoriamo.

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1 Comment

  • Marelli Piergiorgio, 2 Maggio 2021 @ 07:33 Reply

    Grazie Paolo sei sempre molto attuale

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