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Domenica di Pentecoste

At 2,1-11/Gal 5,16-25/ Gv 15,26-27; 16,12-15

È tempo di Pentecoste

 

È il nostro tempo, il tempo di mezzo, fra la sua venuta nella storia e il suo ritorno nella gloria, il tempo della Chiesa, dei fragili discepoli innamorati che lo testimoniano, credenti credibili, non perfetti ma accesi.

E proprio la consapevolezza della fatica di essere testimoni, in questo tempo pandemico che esaspera i conflitti, che evidenzia i limiti, che ribalta le convinzioni che ci fa vacillare.

Non ce la possiamo fare, non scherziamo. Non noi. Non io.

Serve qualcuno. Serve lo Spirito.

Lo aveva promesso, lo aveva invocato, lo aveva chiesto.

Il fuoco ardente dell’amore di Dio.

La fiamma di Ja. La passione travolgente con cui Dio ha creato il mondo e ricreato la relazione perduta con gli uomini. La vibrazione del suo battito d’amore.

Primo dono ai credenti dall’altro della croce dove l’appeso attira tutti a sé.

Lo aveva promesso. Eccolo.

Non è un soffio. È un vento. No, nemmeno un vento. Una bufera. Un uragano che tutto scompiglia, che tutto ribalta.

Scuote, strappa, smuove.

Fa uscire l’apostolo dai pavidi discepoli rintanati nelle catacombe per paura dei giudei.

Come un terremoto. Come un incendio. Come l’irruzione del divino nella Storia.

Una luce che ridona la capacità di intendersi, di parlarsi, di capirsi.

L’anti Babele. La confusione ricondotta a linguaggio unitario.

Pentecoste, infine. Pentecoste, ora.

La festa della Torà

Era una festa di origine contadina, poi diventata anniversario che ricordava al popolo di Israele il dono della Torà, il dono della Legge ad Israele, le istruzioni per l’uso verso la felicità e la pienezza affidata al piccolo popolo di liberati che avrebbe liberato ogni uomo dalla schiavitù del giudizio e della colpa.

Ma gli uomini, purtroppo, avevano ridotto quelle parole a nuove regole, a nuove leggi, ad uno strumento di paura e di dominio. No, così non andava bene. La Legge era stata stravolta, offesa, inaridita, pietrificata.

Gesù la libera. Le ridona verità.

Un solo comandamento, come abbiamo meditato poche settimane fa: Ama dell’amore con cui sei amato. Ama di un amore grande che dona vita.

Ora la Pentecoste, quella nuova, quella inattesa, fa terra bruciata di tutto il resto.

Incendia. Divora.

Nessuna norma scolpita nella pietra. Ma una forza interiore capace di scolpire l’amore nel cuore.

Quella distanza infinita tra il poter essere e l’essere.

Fra il seme che fatica a crescere e il fiorire.

Lo Spirito, finalmente.

 

Quando verrà

Profetizza il Maestro, nel lungo discorso di addio che Giovanni pone sulle sue labbra prima di consegnarsi alla morte.

Quando verrà, dice.

Mi darà testimonianza. È lo Spirito che ci fa passare da curiosi osservatori del fenomeno Gesù a discepoli travolti dall’amore per lui. Dalla fede come sana abitudine alla fede come fuoco che divampa. Lui, lo Spirito, che in noi fa prorompere il grido di fede: è lui il Signore, il rivelatore del Padre, Dio stesso!

È lui, lo Spirito, che ci aiuta a portare il peso della verità.

Perché pesa, la verità. A volte è talmente insostenibile da nasconderci dietro un cumulo di menzogne perché ne abbiamo sacro timore. Abituati come siamo a credere che a verità ci smascheri, ci annienti, ci giudichi, preferiamo restare nella penombra per non essere giudicati.

Lo Spirito porta il peso e ci permette di vedere che la verità, invece, è altro.

La verità di chi siamo, di chi è Dio, di cosa siamo chiamati a diventare, di qual è la nostra missione, ci conduce alla libertà interiore, non al giudizio.

E lo Spirito, se accolto, ci prende per mano e ci porta alla verità tutta intera, a quella intimità con Dio che da soli non siamo in grado di ottenere.

Intimità che non è solo conoscenza, o (santo) sforzo, o preghiera e meditazione, o carità diffusa.

Lo Spirito diventa maestro per conoscere il Maestro. Per superare la soglia del mistero.

Per entrare nella profondità di noi stessi dove ospitiamo la tenerezza infinita di Dio.

Là dove abita la luce. La scintilla. Là dove germoglia la nostra anima che si innalza e vede le cose con lo sguardo di Dio.

 

Lasciati guidare

Paolo esorta noi discepoli a cedere le redini.

A lasciare che sia lo Spirito a condurre la nostra vita. A smetterla di volere dirigere la nostra vita, a definirla, ad orientarla.

Ad arrenderci al corteggiamento di Dio.

A cedere. Ad alzare bandiera bianca.

La nostra vita resta la stessa, inevitabilmente fatta di ombre e di luci.

Eppure altra. Eppure densificata intorno alla comprensione profonda di chi siamo.

E ce ne accorgiamo da quanto accade.

Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge.

 

Contro l’azione dello Spirito, ad ostacolare la sua dilagante azione, non c’è regola o norma o senso di colpa o giudizio che ci possa fermare.

Siamo avvisati. Se prendiamo sul serio lo Spirito, lui arriva e sovverte.

È tempo di invocarlo.

È tempo di accoglierlo.

È tempo di Pentecoste, qui, ora.

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