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Venticinquesima domenica durante l’anno

Sap 2,12.17-20 / Gc 3,16-4,3 / Mc 9,29-36

Nonostante tutto

 

No, Signore, non capiamo, abbi pazienza.

Non ci entra nella testa, tantomeno nel cuore.

Non ce la facciamo a farcela. Poi, scusa, se gli apostoli, i discepoli più vicini, quelli che ti sei scelto non hanno capito, come riusciremo a capire noi che ancora dobbiamo convertire il nostro cuore?

Noi crediamo che sei il Cristo, sì. Facciamo fatica perché sei così diverso dall’idea che ci siamo fatti di Dio. Ma quando inizia a parlare di morte, di persecuzione, di fallimento no, facciamo fatica. Anche se ci dici, come hai detto al povero Pietro, che pensiamo come pensa il mondo.

Allora, oggi, quando scendendo da Cesarea attraversi la Galilea in incognito, solo con i tuoi, dirigendoti, infine, verso Gerusalemme e ancora confidi loro che verrai consegnato nelle mani degli uomini e ucciso, non ti capiamo.

Ci sfugge il fatto che, alla fine, parli di resurrezione, di rinascita, di fiducia, di vittoria inattesa e così diversa da quanto ci aspetteremmo. Come sempre accade ci concentriamo solo su quel dolore che, ovviamente, vorremmo evitare.

Non crediamo in te proprio per fuggire il dolore? Per evitarlo? Per dargli un orizzonte, un senso?

Allora anche noi, come i Dodici, tacciamo, imbarazzati.

Abbiamo paura di chiedere spiegazioni.

Pensiamo che sia solo un momento di sconforto, un po’ di stanchezza interiore, povero rabbì.

Hai dato tanto, forse sei un filo scoraggiato, forse anche tu senti l’autunno che arriva…

Che idioti.

 

Donare la vita

Come possiamo capire quando parli di donare la vita quando passiamo la vita a conservarla, a proteggerla, a difenderla, a migliorarla? Come possiamo entrare nella tua logica, disposto come sei a morire, se, alla fine, ciò che davvero ci importa è salvare la nostra pellaccia ad ogni costo?

Come possiamo anche solo immaginare lontanamente che diventare tuoi discepoli significa essere disposti a dare tutto? Non perché masochisti, non perché facciamo della sofferenza un idolo (che eresia!) ma perché amare, a volte, significa spogliarsi, lasciarsi andare, fiorire e trasfigurarsi.

Povero rabbì, che cerchi di farci capire. Di coinvolgerci. Di convincerci finanche.

Perché siamo intimamente convinti e tutto ce lo fa credere che solo entrando in competizione, vinciamo, solo sgomitando, emergiamo, solo accumulando e depredando (con garbo, mica siamo selvaggi) riusciamo, solo raccogliendo plausi e like diventiamo visibili.

E tu, invece, vivi e parli di dono, di amore, di libertà del cuore, di leggerezza. Anche se costa fatica. Anche se vai controcorrente. Anche se ne morirai.

Ma no, fatichiamo a capire, siamo seri.

Anzi, peggio.

 

Lungo il cammino, lungo il percorso, lungo il tragitto che ci doni per crescere, per capire, per osare, parliamo d’altro. Parliamo di noi. Delle nostre beghe, dei titoli, dei ruoli. Ci contiamo, ci specchiamo, difendiamo diritti e privilegi, ci intristiamo se qualcuno obietta o si mette di traverso.

Allora cade la facciata, gettiamo la maschera. Escono i corvi, le vipere, i dossier. E, quel che è peggio, invece di parlarne da fratelli, alla luce dello Spirito, umili e disposti a cambiare, adottiamo la logica del mondo.

E giù botte, ripicche, insulti, insinuazioni.

Invece di affidarci al tribunale di Dio ci facciamo giudicare dalla feroce logica del mondo che gode nel vedere sprofondare nel fango chi si proclama discepoli.

Oppure ci lasciamo contagiare dal vittimismo, iniziamo la litania della Chiesa europea che si spegne, della fine di un mondo che non esiste più, e pensiamo che, alla fine, non valga più la pena proclamarsi cristiani…

Tacciono, i discepoli.

Cristo parla di morire per noi.

Noi parliamo di chi è il più grande.

Generali di un esercito senza più soldati.

Eppure

Non si arrabbia, il Maestro.

Potrebbe, forse dovrebbe. Io mi arrabbierei, senz’altro, vedendo quanto tempo perso ad evangelizzare questi testoni.

Sta parlando della sua morte, sta chiedendo aiuto ai suoi amici più intimi. Che, invece, giocano a chi sia il più importante. A chi abbia ragione.

Ma il grande Maestro si siede e insegna. Ancora. Forse capiremo.

Prende un bambino, lo abbraccia. Lui può. Lui solo può farlo, ormai.

Con quel cuore trasparente che lascia intravedere Dio.

E chiedi di accogliere i piccoli, gli ultimi, i meno importanti, come allora erano considerati i bambini.

Come a dire: perché volete diventare grandi se io e il Padre ci identifichiamo con i più piccoli?

Perché, anche nella Chiesa, anche in parrocchia, a volte prevalgono le lotte, i pareri, le opinioni, i piccoli giochi di potere, se alla fine Dio si rivela a chi, come i bambini, sono totalmente dipendenti da mondo degli adulti? Che senso ha?

 

Legnate

Le parole di Giacomo sono una lama che mettono alla luce la necessità di cambiare modo di essere:

Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!

È così. Ha perfettamente ragione.

Eppure, alla fine di questa riflessione, prevale la luce. La speranza che non è illusione.

Non mi scandalizzo delle ombre che abitano il mio cuore e il cuore dei fratelli nella fede.

Perché hanno abitato anche la prima comunità.

Addirittura gli apostoli.

Non mi scandalizzo, né mi arrendo, né mi spavento.

La Chiesa non si cambia attraverso riforme e rivoluzioni.

Ma solo attraverso la conversione. La mia.

Allora ho fiducia nel futuro, nonostante tutto.

Perché il rabbì, ancora una volta, pazientemente si siede e mi insegna a diventare bambino nell’anima.

 

 

Photo by Alvin Mahmudov on Unsplash

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