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Terza domenica di Avvento, anno di Luca
Sof 3,14-18/Fil 4,4-7/Lc 3,10-18

Il Dio felice rende felici

 

Dio è felice.

Questa racconta il profeta Sofonia al popolo in esilio. Non è felice perché il popolo soffre, ma perché sa che lo ricondurrà a Gerusalemme.

Dio è felice. Di creare, di amare, di esistere, di salvare, di essere.

Dio è felice, perché ha deciso di intervenire, di forzare la mano anche se si era preso l’impegno di restare nascosto, defilato, perché l’Amore non può che lasciarci liberi.

Dio è felice perché viene, perché nasce, perché libera, perché motiva. È un Dio felice quello che aspettiamo. Un Dio che porta felicità quando meno ce la aspettiamo.

Dio è felice e noi con lui.

Nella Bibbia si usano più di venticinque termini per descrivere la felicità. Così, per ricordare a noi cattolici spesso depressi e dolenti che la fede ha a che fare con la gioia.

Paolo scrive ai cristiani di Filippi: è vero, ci sono fatiche, ci si lascia cadere le braccia vedendo le tante contraddizioni che viviamo, siamo continuamente travolti da mille notizie che ci scoraggiano. Ma se Dio è vicino, scrive Paolo, nulla ci può veramente spegnere, angustiare, allontanare. Da lui.

E questo Avvento, ancora segnato dalla paura, dall’incertezza del futuro, dall’insofferenza sociale, dalla dilagante crisi nelle nostre comunità cristiane, ha proprio questa finalità: far dimorare il nostro cuore in Dio, alzare lo sguardo, immergerci nelle profondità dell’oceano, abbandonando la superficie scossa dalla tempesta.

Avvento è questo: tornare a credere che Dio è felice e che ci rende felici.

Pellegrinaggi

Quanto è bello poter scrivere queste cose! Quanto amabile fissare lo sguardo su questo segreto condiviso, al di là delle tante contraddizioni del Natale che viene! Siamo così disperatamente bisognosi di buone notizie, di consolazioni, di orizzonti diversi dalla cupa esperienza che facciamo tutti i giorni.

Disposti a percorrere chilometri per trovare qualcuno che ci doni speranza.

Come la folla di Gerusalemme che scende fino al Mar Morto per incontrare il profeta Giovanni.

Hanno il tempio, e i sacerdoti, e il culto, ma non hanno il cuore colmo (ahia). 

Riti, non verità. 

Stanca abitudine, non parole che scuotono e fanno risorgere. 

Vanno da Giovanni, chiedono aiuto, chiedono un percorso, tappe, indicazioni.

Cosa dobbiamo fare?

Per essere felici. Per vivere, finalmente. Per fiorire.

Ed è qualcosa di straordinario, inatteso, essenziale.

Cosa dobbiamo fare?

Siamo noi a dover fare. Nessuno fa al posto nostro, nessuno ci regala la felicità e la pienezza. Solo io posso prendere in mano la mia vita lasciandola illuminare dalla pienezza di Dio. Sono io il capitano della mia barca.

E Giovanni indica.

Fare

Date una delle due tuniche che avete, lui che vive nudo.

Date da mangiare, lui che digiuna.

Non pretendete, lui che non chiede nulla.

Non rubate, lui che non possiede nulla.

Lo ascoltano perché vive ciò che dice. Allora lo raggiungono i cercatori. Anche i pubblicani, anche i soldati. Non li respinge, altezzoso nella sua fama di santità.

Tutti possono venire. E a tutti offre un percorso.

Semplice, accessibile, possibile.

Che sia una indicazione alla nostra Chiesa in cammino sinodale?

Una somma di piccole cose

Le risposte del profeta sono sconcertanti: consigli banali, semplici, non propone nessuna scelta radicale impossibile, nessun sogno eccessivo: condividete, non rubate, non siate violenti… 

Al popolo (credente e devoto!) Giovanni chiede di condividere, di non lasciare che la fede resti solo preghiera o vaga appartenenza, ma di farla vibrare nella vita questa fede, di lasciare che contagi le nostre vite e le nostre scelte concrete, per non rendere schizofrenica la nostra religiosità.

Ai pubblicani, appaltatori delle tasse e ladri, chiede di essere onesti, di non esigere troppo nascondendosi dietro ad un dito. Come quando, noi professionisti, esigiamo per la nostra competenza troppo denaro appellandoci alle tariffe e scordando il difficile momento che le gente sta vivendo.

Ai soldati, abituati alla violenza, Giovanni chiede mitigazione e giustizia, di non spadroneggiare.

 

Giovanni ha ragione: dalle cose piccole nasce l’accoglienza. 

Giovanni ha ragione, fai bene ciò che sei chiamato a fare, fallo con gioia, fallo con semplicità e diventa profezia, strada pronta per accogliere il Messia. 

Era normale per i pubblicani rubare, normale per i soldati essere prepotenti, normale per la gente accumulare quel poco che guadagnava. Allora come oggi.

Giovanni mostra una storia “altra”: sii onesto, non essere prepotente, condividi.

Questa storia “altra” è la nostra civiltà, quella da difendere con la ragione e la profezia. 

Questo possiamo fare, oggi, per contrastare ogni violenza, ogni sopruso, ogni scoraggiamento. Per accogliere Dio che viene.

Diventa eroico, anche oggi, essere integerrimi nell’onestà sul lavoro, profetico essere persone miti in un mondo di squali, sconcertante porre gesti di gratuità.

Dio si fa piccolo. Nei piccoli atteggiamenti ne rintracciamo la scia luminosa.

 

E questo dona gioia, sin d’ora.

Perché il Dio felice ama le persone felici.


Photo by Noah Silliman on Unsplash

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