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Ventunesima domenica durante l’anno

Is 66,18-21/Eb 12,5-7;11-13/ Lc 13,22-30

Porte 

 

Gesù sta salendo a Gerusalemme con fare deciso, determinato. Ha indurito il suo volto.

Sa bene che nella città che uccide i profeti ci sarà la resa dei conti.

Ma non vi sale imbronciato, incattivito, non fa la vittima, come a volte facciamo noi.

Non mette se stesso al centro anche se per lui è un momento difficile. Anzi.

Salendo predica per i villaggi, si ferma, annuncia, guarisce.

Ama.

È venuto a portare il fuoco. E continua a lanciare scintille sperando che prima o poi attecchiscano.

Non è un grande riformatore, non è un innovatore, non vuole essere scambiato per un guaritore, un santone, un guru.

Lui per primo brucia. Arde d’amore. 

Di passione per il Padre, di desiderio, di anima.

Perciò non può capire.

Non può capire quel tale che viene per essere rassicurato.

Che viene per essere applaudito, per vedere il suo nome scritto nella lista dei bravi ragazzi.

Sono pochi quelli che si salvano?

Gli altri, ovvio. Non io.

Idiota.

Salvezza

Curioso parlare di salvezza ad un mondo che non pensa di averne bisogno.

Altalenante fra un irragionevole ottimismo e un catastrofico pessimismo, il nostro mondo non sente bisogno di salvezza.

Di Salvatori sì, continuamente.

Qualcuno che faccia al posto nostro, che risani il pianeta, elargisca lavori, regalie e prebende, ripiani ogni dissidio. Aumenti stipendi e pensioni e condoni le tasse e dia posti di lavoro, anzi meglio, che dia uno stipendio senza neppure lavorare. Ma che non chieda niente a me. Salvi e basta.

Ma no, sinceramente, non abbiamo bisogno di salvezza.

Perché anela alla salvezza chi ha fatto l’esperienza di essersi perduto. 

E siamo troppo sazi per sentire ancora quell’urlo dell’anima, quella mancanza profonda che diventa il trampolino di lancio per cercare. Troppo vittime per fare gli adulti e rimboccarci le maniche.

Troppo sprofondati nel vittimismo e nella paura per prenderci, sul serio, cura di noi stessi.

Il tizio che si avvicina al Signore pensa di essere in regola.

Osserva i precetti, almeno quelli principali.

No, certo, non è uno stinco di santo. 

Ma sicuramente migliore di quelli che gli stanno attorno.

Come, a volte, pensiamo di essere noi. Non siamo poi così male, diamine!

Regole e timbri

È la tentazione che colpisce noi discepoli, noi cattolici di lungo corso, quando smarriamo la dimensione dell’attesa, l’ansia del discepolato, quando crediamo che le mura della città siano talmente robuste da non necessitare, in fondo, della veglia della sentinella. 

Colpisce come un cancro noi discepoli, quando, dopo una strepitosa e travolgente esperienza di Dio, sentiamo d’improvviso di essere entrati in un gruppo a parte, e guardiamo con sufficienza “gli altri”, quelli che non capiscono, che non conoscono, quelli che hanno fatto altri percorsi di Chiesa, quelli che la domenica, a Messa, si annoiano e non colgono la dimensione dell’interiorità, quelli che, fuori, non capiscono e ci attaccano, ci insultano, ci offendono, ci giudicano, ci attaccano. 

Anche noi, in fondo, pensiamo di essere dei prescelti. 

E se ci sbagliassimo? Meglio chiedere a Gesù.

Che non ama accarezzare per il verso del pelo.

Incomprensioni

Il rischio c’è, ammonisce Gesù.

Di investire tanto della nostra vita a cercare un Dio che, alla fine, non ci riconosce.

Non perché lunatico, ma perché, semplicemente, non ci ha mai incontrati.

Allora a chi abbiamo rivolto le nostre preghiere? In quale Dio, sul serio, crediamo?

Al Dio assicuratore? Garante dell’ordine morale? Al Dio che c’è ma chissà com’è veramente? Al Dio dei preti? 

Sarebbe assurdo arrivare davanti alla porta, tenendo in mano, in ordine, tutti i fioretti fatti, le (presunte) buone azioni svolte, il rispetto (in linea di massima) delle norme che ci hanno insegnato e, con stupore, non riconoscere il volto del Dio di Gesù.

Che ci allontanerà se non avremo praticato la giustizia (non la coerenza, non l’apparenza, non la devozione). 

Se non avremo amato il fratello. E il nemico. O ci avremo provato.

Se non avremo perdonato. O ci avremo provato. Cavolo.

Strettoie

È stretta la porta.

Non esclusiva, non escludente. Ma perché uno solo è la porta: Cristo. Lui solo ci conduce a Dio.

Nelle città fortificate c’era sempre la porta principale, sprangata durante la notte e sorvegliata. E una più piccola, nascosta, conosciuta solo ai cittadini, per le sortite notturne.

La strada stretta del vangelo non ha a che fare col sacrificio o la penitenza, ma con la diversità.

Tutti seguono il flusso, senza porsi problemi, lasciando ad altri la fatica del pensare.

Noi no. Pensiamo, prima di agire. E preghiamo. E amiamo.

E il vangelo, sempre, resta l’ultimo criterio di giudizio, anche se non l’unico.

 

Ci vuole tutta la vita per diventare cristiani, tutta la vita per diventare uomini, tutta la vita per liberarci dai troppi condizionamenti che ci impediscono di cogliere l’assoluto di Dio in noi.

Attenti, allora, al rischio dell’abitudine, al modo più triste di essere cristiani, che è quello di credere di credere, di confondere la propria sensibilità, il proprio stile di preghiera, la propria esperienza in un gruppo con l’unico modo di essere cristiani. Avremo delle sorprese, ammonisce il Signore.

Persone che giudichiamo lontane da Dio, persone che in cuor nostro devotamente giudichiamo come peccatori e lontani da Dio, li vedremo a mensa col Signore, vedremo i pagani, gli atei diremmo oggi, come profetizza Isaia, officiare nel tempio di Gerusalemme come sacerdoti. Perché l’uomo guarda l’apparenza, Dio guarda il cuore. Animo, amici, Dio ci vuole bene e ci prende sul serio, ci scuote se necessario, ci invita, ora e sempre a diventare veramente discepoli secondo il suo cuore. 

Proprio perché ci ama ci corregge, invitandoci a superare la tentazione del sentirci arrivati.

Cristo brucia.

Il suo amore brucia, lasciamolo divampare.



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