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Sesta domenica durante l’anno

Lv 13, 1-2,44-46/ 1Cor 10,31-11,1/ Mc 1,40-45

Lo voglio

 

L’inizio del vangelo di Marco non finisce di stupirci.

Gesù ha iniziato il suo ministero guarendo un indemoniato nella sinagoga, per ricordare alla sua comunità, e a noi, che la prima conversione da fare è all’interno della Chiesa che, troppe volte, ha una visione “demoniaca” della fede, come di qualcosa che intercetta la vita quotidiana nella visione di un Dio venuto a rovinarci.

Gesù passa poi dalla sinagoga alla casa di Pietro, guarisce la suocera, perché la comunità è composta da persone guarite per servire, da peccatori perdonati. Poi dalla casa alla piazza, là dove Gesù incontra ogni povertà e la redime.

Qual è il segreto della forza interiore di Gesù? Come riesce a risanare senza farsi travolgere? Rubando tempo al sonno per restare da solo in preghiera in ascolto del Padre.

Il silenzio e l’interiorità sono essenziali per sopravvivere. Per trovare il coraggio di incontrare tutto quel dolore. Per liberare tutti quei demoni che uccidono.

Il silenzio e l’interiorità ci sono necessari per non cedere alla disperazione in questo lungo anno di pandemia, di azzeramento delle nostre abitudini, di scomparsa della vita sociale e comunitaria.

 

Essenziale a Lui, il Signore. E a noi.

Pietro lo raggiunge, irritato, tutti ti cercano!

Come a dire: fatti trovare! Cosa fai qui. perditempo?

Sciocco che sei, Pietro!

Sciocchi noi quando pensiamo di dettare l’agenda a Dio. Di possederlo. Di orientarlo.

No, Gesù non tornerà a Cafarnao. Non vuole installarsi. Non vuole appartenere a qualcuno.

Non ha dove posare il capo il Figlio dell’uomo.

Andrà per i villaggi. O così vorrebbe.

 

Lebbre

Il primo capitolo finisce con un incontro.

Un incontro che possiamo leggere in diversi modi, suscitando perplessità ai neofiti della Parola. Ma la Tora ha settanta volti, come dicono i rabbini.

Un lebbroso si avvicina al Signore, quando avrebbe dovuto tenersene a distanza.

La lebbra è una malattia della povertà. Malattia che ti fa marcire la carne addosso. Malattia che ti rende solo. Che azzera gli incontri, che impedisce gli abbracci.

Una malattia vista, dai contemporanei, come una punizione divina. Che suscita ribrezzo negli sguardi e giudizio e condanna inappellabile.

Si butta in ginocchio il lebbroso. Dovrebbe stare lontano da una persona sana. Ma il dolore rende ciechi e folli. Chiede di essere purificato, non guarito. Di vedere cadere il marcio che gli attanaglia le carni e l’anima. Anni di rabbia, di umiliazione, di ribellione. Di sensi di colpa, di giri di testa, di bestemmie verso un destino cinico e baro.

Chiede di essere purificato. E lo ottiene.

Gesù lo vede e, così scrive Marco/Pietro, si arrabbia (non c’è compassione come scritto nei nostri testi). Si arrabbia verso l’opera del male, verso la discriminazione che ha fatto di un ammalato un maledetto e un escluso.

Si arrabbia e agisce: lo tocca. Non resta contagiato, ma contagia il lebbroso con la sua energia divina, con la sua anima di luce e di pace.

Rivela al lebbroso e a noi: Dio vuole che siamo guariti, purificati. Dio vuole che rinasciamo. Dio non ama dolore e sofferenza. La malattia non è destinazione ultima.

È guarito il lebbroso. La sua pelle risorge.

E accade qualcosa di strano.

 

Prima versione

Con veemenza chiede al lebbroso guarito di tacere, di rientrare in se stesso, di accogliere questa purificazione come opportunità, senza disperdersi. E di andare dai sacerdoti a verificare l’avvenuta guarigione: davanti al miracolo capiranno? O, come vedremo nei successivi capitoli, chiuderanno il loro cuore?

Ma la gioia è troppa. E non riesce a tacere. Racconta il fatto. Letteralmente c’è scritto che racconta la parola al punto che la fama di Gesù si diffonde ovunque.

Come la suocera di Pietro, guarita per servire, il lebbroso è purificato per annunciare.

Questi siamo noi: guariti per servire, guariti per raccontare.

Tanto più credibili perché portiamo sulla nostra carne i segni della malattia che ha sconvolto le nostre vite. Gesù è venuto a guarire gli ammalati, coloro che riconoscono la propria fragilità e si affidano.

 

Seconda versione

Oppure.

Il lebbroso non capisce, né obbedisce.

Gesù si indurisce, ammonisce, esorta, minaccia. Letteralmente sbuffa e gli chiede di tacere. Non deve raccontare, deve attenersi alle regole di purificazione della Torà e presentarsi dal sacerdote che certifichi l’avvenuta guarigione. Una sorta di ufficiale sanitario che deve riammettere alla vita pubblica chi riesce a guarire.

Perché tacere? Non è una straordinaria opportunità di svelare il vero volto di Dio? Di manifestarsi come Messia? Di essere riconosciuto? Sì, certo.

Ma è anche un gioco pericoloso. Gesù non vuole che la gente lo cerchi per essere guarita. Non vuole incontrare persone disposte a tutto pur di guarire, fuorché a convertirsi. Non vuole diventare un santone, un guru.

La guarigione è per indicare un cammino interiore. Un segno, un indizio per svelare un oltre, un altrove. E invece.

Forse è troppo entusiasta o solo stupido.

Non ascolta Gesù. Non è discepolo. Non segue quanto dovrebbe fare.

Dice a tutti del miracolo al punto che Gesù deve modificare i suoi progetti, i suoi piani.

Un danno enorme: Gesù addirittura, deve fuggire lontano nel deserto. Che brutta storia.

Certi nostri comportamenti, a volte, danneggiano il Vangelo, invece di rendergli testimonianza. Pensiamo di fare un piacere a Dio, di rendergli testimonianza, di essere dei novelli apostoli. E invece rischiamo di dare di Dio una pessima immagine.

Bene se siamo guariti. Bene se siamo usciti dal marcio che ci taglia da noi stessi e dagli altri. Bene se in Cristo abbiamo riconosciuto il Signore che ci ama, che vuole purificarci.

Ma non trasformiamo la fede in un baraccone. Per favore.

 

Ecco.

Scegli ti quale versione ti piace di più.

Se quella che sottolinea una gioia incontenibile che va raccontata.

O quella che ammonisce a non fare della fede una stregoneria.

Quel che conta è che qualunque sia la lebbra che deturpa il tuo volto, Dio vuole che tu guarisca.

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